Futuri in costruzione. Tra digitale, immaginazione e responsabilità

Lo scorso venerdì 30 gennaio, presso la Fondazione Ebris di Salerno, si è tenuta la presentazione della sesta edizione dei Quaderni Scientifici della Fondazione Saccone, accompagnata dall’inaugurazione della mostra FUTURI, un progetto espositivo e culturale che mette in dialogo ricerca, visione e linguaggi contemporanei.

I Quaderni Scientifici rappresentano da anni uno spazio di riflessione collettiva su temi complessi e trasversali, capaci di tenere insieme pensiero critico, trasformazioni sociali, innovazione tecnologica e responsabilità culturale. L’edizione di quest’anno, dedicata al tema FUTURI, nasce proprio dall’esigenza di interrogarsi su come il domani venga immaginato, progettato e, spesso inconsapevolmente, costruito nel presente.

In questo contesto si inserisce il mio contributo, “Futuri in costruzione. Tra digitale, immaginazione e responsabilità”, pubblicato all’interno del Quaderno e accompagnato da un’opera visiva esposta nella galleria della mostra. Un lavoro che nasce dall’osservazione quotidiana del digitale come ambiente culturale e non solo come insieme di strumenti, e dal bisogno di riportare al centro il tema della scelta e della responsabilità nel tempo dell’intelligenza artificiale.

La presentazione del Quaderno è stata anche l’occasione per riunire il Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione Saccone, di cui faccio parte, in un momento di confronto vivo e concreto tra discipline, sguardi ed esperienze diverse. Un passaggio importante, che rafforza l’idea dei Quaderni non come semplice pubblicazione, ma come processo condiviso di ricerca e costruzione di senso.

Di seguito ripropongo integralmente il mio contributo, così come pubblicato nel Sesto Quaderno Scientifico.


Il futuro non è un’ipotesi lontana, ma una scelta quotidiana

Viviamo in un’epoca in cui la parola “futuro” ha perso la sua rassicurante linearità. Non esiste un solo futuro, ma tanti futuri possibili, immaginabili, desiderabili. E ogni giorno, con le nostre azioni, le nostre scelte e le nostre tecnologie, decidiamo quali di questi futuri far esistere. Come professionista che si occupa da anni di comunicazione digitale, osservo quotidianamente come il nostro presente sia costellato di segnali che parlano di trasformazione, accelerazione e possibilità. Ma anche di responsabilità.

Traiettorie multiple, non una sola direzione

Pensare al futuro come un’entità unica è un’abitudine che ci stiamo lasciando alle spalle. I fenomeni complessi che viviamo – dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale all’evoluzione dei modelli di consumo, dalla crisi climatica alla ridefinizione delle competenze – ci costringono a ragionare in termini di pluralità. I “futuri” non sono scenari già scritti, ma mappe da tracciare. Alcune di queste mappe portano a soluzioni sostenibili, inclusive, tecnologicamente avanzate. Altre rischiano di alimentare diseguaglianze, polarizzazioni, regressioni.

Il compito, allora, è duplice: da un lato, interpretare correttamente i segnali deboli del presente; dall’altro, sviluppare una visione strategica capace di accompagnare imprese, istituzioni e comunità verso direzioni virtuose.

Digitale come cantiere permanente di possibilità

Il digitale è la lente con cui leggo la maggior parte dei cambiamenti contemporanei. Non è solo un insieme di strumenti o canali, ma un vero e proprio contesto culturale. Oggi, la trasformazione digitale non riguarda più soltanto le aziende tecnologiche: riguarda ogni settore, ogni professione, ogni territorio.

  • Le piattaforme digitali stanno modificando il modo in cui lavoriamo, consumiamo, ci informiamo.
  • Le competenze richieste ai professionisti cambiano continuamente: accanto alle hard skill tradizionali, emergono nuove soft e “fluid” skill, come la capacità di adattarsi, pensare in modo critico, comunicare in modo efficace in ambienti complessi.
  • L’intelligenza artificiale, in particolare, non è più un tema futuristico: è parte integrante della nostra quotidianità lavorativa. Scriviamo, progettiamo, analizziamo dati e prendiamo decisioni attraverso sistemi che, in pochi anni, hanno imparato a “collaborare” con noi. Il punto non è più “se” usarli, ma “come”.

In questo scenario, il digitale diventa un cantiere permanente, in cui ogni aggiornamento è un mattone per costruire nuovi modi di pensare, lavorare e vivere.

Foresight, non solo forecasting

Uno degli errori più frequenti è confondere il futuro con una previsione. Ma se le previsioni appartengono al dominio del probabile, l’immaginazione strategica appartiene al possibile. In questo senso, foresight e strategic design diventano strumenti chiave per chi si occupa di visione e pianificazione.

In un mondo dove i modelli predittivi sono spesso affidati agli algoritmi, il pensiero umano resta indispensabile per domandarsi perché, per chi e con quali conseguenze costruiamo il futuro.

Il ruolo delle imprese nella generazione di futuri

Le aziende oggi non possono più limitarsi a inseguire le tendenze: devono contribuire a generarle. Il loro impatto sulla società va ben oltre la dimensione economica. Le imprese sono oggi chiamate a progettare modelli che siano capaci di coniugare crescita e impatto sociale, innovazione e sostenibilità.

In particolare:

  • la comunicazione strategica diventa leva per promuovere valori, abilitare comportamenti e costruire fiducia;
  • la cultura digitale interna è la vera base per qualsiasi trasformazione sostenibile;
  • l’investimento in competenze e visione consente di anticipare i cambiamenti, invece di subirli.

Dalle scelte sui materiali e la logistica, alla gestione dei dati, fino alla narrazione dei valori: ogni dettaglio aziendale può contribuire a costruire un pezzo di futuro più responsabile.

Etica e responsabilità nel tempo dell’algoritmo

Il futuro non è solo tecnologia. È anche, e soprattutto, responsabilità. L’automazione, le piattaforme digitali, la sorveglianza algoritmica e i sistemi predittivi pongono nuove domande etiche: chi decide? Chi controlla? Chi beneficia? Chi viene escluso?

Di fronte a questi interrogativi, è necessario sviluppare una nuova forma di consapevolezza collettiva. Il digitale non è neutro, e ogni scelta progettuale porta con sé conseguenze. È qui che entra in gioco la nostra responsabilità: non solo come professionisti, ma come cittadini digitali.

Il futuro è già qui – solo che non è ancora equamente distribuito.

Abitare i futuri

I futuri non si attendono, si costruiscono. E per costruirli servono visione, creatività, metodo. Ma serve soprattutto una nuova alleanza tra tecnologia, cultura e umanità.

In un mondo che cambia sempre più velocemente, la nostra sfida è restare capaci di immaginare, di scegliere, di progettare. È in questo spazio che possiamo agire: tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Il pluralismo dei futuri, allora, non è solo una questione di scenari: è una chiamata alla responsabilità.


Rileggere oggi questo contributo, a margine della presentazione dei Quaderni e della mostra FUTURI, significa riconoscere quanto il tema affrontato non appartenga a un orizzonte astratto o lontano, ma al nostro presente più concreto.

Le opere esposte – diverse per linguaggio, forma e approccio – dimostrano come il futuro non sia un’immagine unica o una promessa lineare, ma un campo aperto di possibilità, tensioni e responsabilità. La mia opera visiva prova a restituire proprio questa idea: il futuro come qualcosa che abita lo sguardo, prima ancora che i sistemi, i modelli o le previsioni.

Opera Alfonso Annunziata mostra Futuri

I Quaderni Scientifici della Fondazione Saccone continuano a rappresentare, edizione dopo edizione, uno spazio raro di approfondimento e dialogo, capace di mettere in relazione pensiero teorico, pratiche professionali e dimensione culturale. La mostra FUTURI, ospitata negli spazi della Fondazione Ebris, amplia questo dialogo attraverso il linguaggio visivo, offrendo ulteriori chiavi di lettura e nuove traiettorie interpretative.

In un’epoca in cui il futuro viene spesso raccontato come inevitabile o automatico, credo sia sempre più necessario tornare a considerarlo per quello che è: una costruzione collettiva, fatta di decisioni quotidiane, visioni parziali e responsabilità condivise. È in questo spazio, fragile ma fertile, che possiamo ancora esercitare il nostro ruolo di progettisti del possibile.

Educare all’intelligenza artificiale: perché è una sfida culturale, non solo tecnologica

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di intervenire all’Educational Goal Festival, un evento che riunisce scuole, istituzioni, imprese e terzo settore per discutere di educazione, sostenibilità e futuro. Nel mio intervento ho affrontato un tema che consideriamo spesso “futuro”, ma che in realtà ci riguarda già da vicino: educare all’intelligenza artificiale.

Questo articolo nasce proprio da quel talk e dalle molte conversazioni avute prima e dopo l’intervento. Qui ho raccolto e approfondito i concetti principali: non solo cosa sta cambiando, ma soprattutto cosa dobbiamo imparare per affrontare questa trasformazione in modo consapevole.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è già iniziata

Anche sul palco dell’Educational Goal Festival ho voluto partire da un punto fermo: non stiamo aspettando la rivoluzione dell’AI, ci siamo già dentro. Nel mondo della comunicazione e del digital marketing, negli ultimi due anni è cambiato più di quanto fosse cambiato nei dieci precedenti.

I tempi di produzione dei contenuti si sono ridotti drasticamente. L’analisi dei dati non è più un grafico statico ma una conversazione in linguaggio naturale. La customer experience è più personalizzata che mai. E questo ci permette di dedicare più tempo alle attività strategiche e creative, lasciando all’AI le parti ripetitive.

Fuori dal digitale, la stessa trasformazione riguarda medicina, logistica, formazione, ricerca scientifica. L’intelligenza artificiale sta ridefinendo il modo in cui prendiamo decisioni, collaboriamo e costruiamo valore.

Perché educare all’intelligenza artificiale è prima di tutto una questione culturale

C’è una frase che sintetizza bene il momento che stiamo vivendo: le tecnologie accelerano ciò che toccano, la cultura richiede tempo. L’AI corre veloce, mentre il sistema educativo, le imprese e le istituzioni devono trovare il proprio passo. Qui l’educazione diventa il ponte tra la velocità dell’innovazione e il ritmo della società.

Educare all’intelligenza artificiale non significa insegnare un tool. Significa lavorare su una nuova consapevolezza, su competenze trasversali, su etica e responsabilità. L’AI amplifica tutto: competenze, errori, bias, valori. Una buona educazione all’AI deve quindi essere ecologica: capace di tenere in equilibrio persone, tecnologia, contesto e conseguenze.

Le competenze chiave per educare all’intelligenza artificiale

Molte scuole e percorsi formativi si concentrano sugli strumenti: come usare un modello generativo, come creare un contenuto, come dialogare con un assistente virtuale. Utile, sì. Ma non basta. Se ci fermiamo al tool, formiamo operatori. Non cittadini consapevoli.

Ecco le competenze fondamentali che ho ribadito anche sul palco dell’Educational Goal Festival.

1. Pensiero critico

La competenza più urgente. Bisogna insegnare a leggere i contenuti generati dall’AI, riconoscere bias, capire come nasce un risultato. Senza pensiero critico rischiamo di delegare non solo i compiti, ma il giudizio.

2. Creatività e immaginazione

Più contenuti genera l’AI, più le persone devono essere creative. L’AI ricombina il passato. Ma solo noi possiamo immaginare il futuro. L’educazione all’AI deve quindi allenare immaginazione, originalità, capacità di reinterpretare.

3. Etica e responsabilità

Ogni tecnologia produce effetti. Educare all’intelligenza artificiale significa introdurre domande come: “Questo algoritmo chi favorisce? Chi penalizza? Che impatto ha sulla società?”. Senza questo livello di consapevolezza, l’AI rischia di amplificare disuguaglianze già esistenti.

Come l’intelligenza artificiale sta cambiando il mondo del lavoro

L’impatto dell’AI non riguarda solo la scuola. Riguarda profondamente il mercato del lavoro. Una parte delle competenze attuali verrà trasformata o superata e molte figure professionali dovranno aggiornarsi per restare competitive.

Questo significa che la formazione continua diventa una condizione necessaria. Le aziende che osservo ogni giorno non si chiedono più se usare l’AI, ma come ripensare processi, ruoli e competenze attorno all’intelligenza artificiale.

E una cosa è ormai chiara: l’AI non sostituirà le persone in blocco. Ma sostituirà chi non è disposto a evolvere competenze, mindset e modo di lavorare. Chi continua a formarsi cresce. Chi si ferma viene superato dal contesto.

3 principi per affrontare l’AI in modo sostenibile

Da tutto questo emerge una sintesi molto chiara. Ci sono almeno tre principi fondamentali per affrontare l’AI con lucidità e visione.

1. Apertura al cambiamento

Il primo ostacolo è la chiusura mentale. La frase “abbiamo sempre fatto così” è il freno che blocca innovazione, creatività e miglioramento. Educare all’AI significa allenare apertura, curiosità e disponibilità a sperimentare strade nuove.

2. Coltivare ciò che dura nel tempo

Siamo bombardati da nuovi strumenti ogni settimana. La tentazione è rincorrere l’hype. Ma la vera innovazione è quella che mette radici. Insegnare l’AI in modo sostenibile significa costruire competenze che durano: pensiero critico, autonomia decisionale, capacità di apprendere.

3. Definire una direzione chiara

L’intelligenza artificiale amplifica. Se non sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare, amplificherà confusione e dispersione. Servono visione, valori e una direzione chiara, sia per le persone che per le organizzazioni.

Conclusioni: educare all’intelligenza artificiale per diventare più umani

Un equivoco molto diffuso è pensare che l’AI ci chieda di diventare più simili alle macchine: più veloci, più efficienti, più algoritmici. In realtà, se guardiamo bene, ci chiede l’esatto contrario.

Educare all’intelligenza artificiale significa imparare a essere più umani: più empatici, più creativi, più responsabili, più capaci di collaborare e di scegliere. È così che l’AI smette di essere una minaccia o una moda e diventa una tecnologia giusta, sostenibile e davvero utile alle persone.

L’obiettivo non è insegnare a “usare l’AI”, ma creare le condizioni per viverci dentro senza perdere di vista chi siamo.

7 errori da evitare in un progetto eCommerce – tra spunti concreti e confronto con 012Academy

Quando la formazione incontra la pratica: la mia esperienza con 012Academy Executive Business Experience

Partecipare come mentor all’XI edizione di 012Academy Executive Business Experience non è stata solo un’occasione per condividere la mia esperienza sull’eCommerce, ma anche un’opportunità di confronto concreto con imprenditori e professionisti motivati a fare la differenza.

Durante il modulo dedicato a Pricing, Canali di Vendita e Controllo di Gestione, abbiamo affrontato un tema che conosco bene: gli errori più comuni nell’avvio e nella gestione di un progetto eCommerce. Oggi più che mai, l’eCommerce è una leva fondamentale per molte aziende italiane, ma, come mostrano i dati, il 90% degli eCommerce chiude entro il primo anno. Spesso ciò accade a causa di errori evitabili.

I 7 errori più comuni negli eCommerce (e come evitarli)

L’interesse e la partecipazione dei team sono stati altissimi, segno che le sfide dell’eCommerce sono condivise e richiedono soluzioni concrete.

  1. Non avere un business plan solido
    Durante l’incontro, molti partecipanti hanno ammesso di aver iniziato un progetto senza una visione chiara. La soluzione? Studiare il mercato, definire obiettivi realistici e pianificare i costi.
  2. Pensare di fare tutto da soli
    Un team mi ha chiesto: “Ma è davvero necessario esternalizzare tutto?” La mia risposta è stata chiara: , soprattutto per logistica, marketing e sviluppo tecnico. Delegare significa accelerare.
  3. Allocare tutto il budget sulla piattaforma
    Uno dei partecipanti ha sottolineato: “Abbiamo speso tantissimo per un sito bellissimo, ma nessuno lo visita”. Questo è l’errore classico: un sito è solo l’inizio. Il 70-80% del budget deve essere destinato a marketing, SEO e ottimizzazione.
  4. Sottovalutare la logistica e i resi
    La logistica è un pilastro dell’esperienza cliente. Una cattiva gestione degli ordini può mandare a monte anche il miglior sito eCommerce.
  5. Servizio clienti scadente
    Il customer care non è un dettaglio. Ho raccontato come un’esperienza negativa può generare recensioni che distruggono il brand online.
  6. Ignorare i dati
    “Andiamo a sensazione” non è una strategia. I dati (Google Analytics, KPI, metriche) ci aiutano a capire cosa funziona e dove migliorare. I numeri non mentono.
  7. Non investire in formazione continua
    Il mondo digitale cambia ogni giorno. Essere aggiornati sulle novità, dai marketplace all’intelligenza artificiale, è ciò che permette di rimanere competitivi.

Un confronto che arricchisce tutti

Quello che più mi ha colpito è stata la qualità delle domande e l’interesse dei partecipanti nel voler andare a fondo sui temi trattati. Ad esempio:

  • “Quali sono le metriche più importanti per misurare il successo di un eCommerce?”
  • “Come bilanciare prezzo e valore percepito dal cliente?”
  • “Qual è l’errore più grave che hai visto fare nei progetti di eCommerce?”

Queste domande hanno reso l’incontro dinamico e stimolante, permettendomi di condividere esempi pratici e storie reali, come casi studio di successo e di fallimento.

Takeaway finale: la checklist dell’eCommerce di successo

Prima di avviare o rilanciare un eCommerce, chiediti:

  • ✅ Ho un business plan chiaro e realistico?
  • ✅ Il mio budget include investimenti in marketing e customer care?
  • ✅ Ho definito i KPI per misurare le performance?
  • ✅ La logistica e i resi sono ottimizzati?
  • ✅ Ho un piano per formarmi e restare aggiornato sulle novità del settore?

Questa è solo la base, ma senza questi elementi, l’eCommerce rischia di fallire prima ancora di partire.

012Academy: dove teoria e pratica si incontrano

L’approccio pratico di 012Academy rappresenta un modello virtuoso: un luogo dove imprenditori e professionisti si confrontano con sfide reali, arricchendosi a vicenda. Il successo di un progetto non si costruisce solo con le idee, ma con l’esecuzione strategica e la capacità di imparare dagli errori.

Un grazie a 012Factory e ai team partecipanti per l’energia, la curiosità e la voglia di mettersi in gioco. 🚀

Hai bisogno di supporto per il tuo progetto eCommerce?

Se vuoi approfondire questi temi o confrontarti su come migliorare il tuo eCommerce, contattami! Il digitale offre infinite opportunità, ma bisogna saperle cogliere.

Intervista Costozero Confindustria: “Ecommerce, accelerazione digitale”

Dati di mercato e prospettive di un settore che, negli ultimi mesi, ha avuto un notevole incremento rispetto al commercio tradizionale. Alfonso Annunziata, co-founder di Ecommerce HUB: «Nel retail si dovrà andare sempre di più verso un modello ibrido offline-online, in cui i negozi fisici rivestiranno un ruolo importante come vetrina prodotti, punto di ritiro, promozioni o servizio clienti».

Il Coronavirus ha cambiato comportamenti e abitudini, condizionando anche le modalità di acquisto e vendita dei prodotti e facendo registrare un autentico boom dell’e-commerce. I dati più recenti lo confermano. Ma verso quale tipologia di azienda o prodotto si sono indirizzate le scelte negli ultimi mesi?

Dall’inizio della crisi sanitaria si è registrato un salto evolutivo verso il digitale di 10 anni: le abitudini di acquisto e i comportamenti dei consumatori italiani si sono spostati fortemente verso l’e-commerce, che ha garantito continuità di servizio per numerose attività e per i cittadini.

L’emergenza ha portato molte persone ad approcciarsi per la prima volta agli acquisti online. Si stima infatti che il 75% dei consumatori non aveva mai comprato su siti di commercio elettronico fino ad allora. Anche gli ultimi dati forniti da Netcomm hanno confermato questa crescita durante il periodo di lockdown, che ha visto triplicare i nuovi consumatori online in Italia tra gennaio e maggio: 2 milioni rispetto ai 700mila di un anno fa.

Analizzando l’andamento dei singoli settori, a registrare l’incremento maggiore, da fine febbraio a metà aprile, sono stati Farmacia e Alimentari, seguiti dal Pet care e dai prodotti per la Cura della casa e della persona. I settori che hanno avuto cali significativi, invece, sono stati il Fashion e la Cosmetica, principalmente perché le persone tendevano ad approvvigionarsi di beni indispensabili e i prodotti di queste categorie merceologiche avevano meno opportunità di utilizzo. Tuttavia, nelle ultime settimane la situazione sta tornando alla normalità e anche i settori più penalizzati stanno recuperando il terreno perduto.

Le aziende italiane quanto utilizzano il canale on line per le vendite e quali performance hanno fatto registrare negli ultimi mesi?

In Italia, il 12% delle aziende opera in modalità e-commerce e nel 2019 ne sono state registrate quasi 7.000, il 20% in più rispetto all’anno precedente. Il valore del fatturato nel 2019, invece, è stato stimato in 48,5 miliardi di euro, con una crescita del 17% sul 2018. Dati confermati anche da Unioncamere e Infocamere, secondo cui sono oltre 23mila le imprese che vendono al dettaglio sul web e negli ultimi cinque anni sono cresciute di 10mila unità, a fronte di un calo di quasi 45mila operatori dell’intero comparto del commercio al dettaglio.

A puntare sul “negozio” online sono stati soprattutto gli imprenditori del Sud, forse per ovviare alla carenza di infrastrutture. Infatti se la Lombardia si distingue per il numero più elevato di imprese che vendono su internet (4.406), tra il 2015 e il 2020 Campania e Basilicata si posizionano al top per i ritmi di crescita rispetto al resto dell’Italia (+25,4% contro +14,5% medio annuo). Per quanto riguarda le performance degli ultimi mesi, secondo la ricerca Casaleggio Associati il 54% delle aziende e-commerce intervistate ha dichiarato un calo del proprio fatturato a causa del Coronavirus, mentre solo il 21% lo ha incrementato. Chi ha subito cali ha visto in media un crollo del 54% del fatturato.

In Campania le percentuali di vendite on line sono state in linea con il resto del Paese?

Durante le settimane di lockdown abbiamo invitato i membri campani della community di Ecommerce HUB a partecipare a un’indagine sull’impatto delle misure di contenimento sulle attività di e-commerce. Ne è emerso un quadro assolutamente inaspettato: da un lato le inevitabili ricadute economiche, talvolta anche drammatiche, che hanno colpito il 38,5% degli esercizi commerciali online. Dall’altro storie di crescita che dimostrano come, in Campania, il commercio elettronico sia in fermento. Questo, almeno, è ciò che hanno testimoniato il 34,4% degli intervistati, di cui il 10,3% con crescite addirittura superiori al 40%.

Sono aumentati anche i canali proprietari?

Le aziende italiane hanno dovuto riorganizzarsi per gestire il momento critico. L’esperienza Covid-19 ha dato una spinta verso l’utilizzo di canali proprietari, che oggi hanno un peso del 50% sui fatturati rispetto ai marketplace più conosciuti, che però sottraggono margini ai brand. C’è bisogno di trovare un equilibrio tra investimenti in tecnologia, promozione del prodotto e margine da cedere ai marketplace.

Se un’azienda volesse fare una scelta in questa direzione, quali benefici potrebbe trarne rispetto a posizionarsi su un marketplace?

Non si tratta sicuramente di una scelta semplice. I vantaggi e gli svantaggi di entrambe le opzioni vanno valutati con cura, così da avere delle basi solide su cui costruire una strategia vincente.

Gli acquirenti, infatti, possono conoscere e acquistare i prodotti attraverso diversi percorsi sia online che offline: diventa quindi fondamentale, per i rivenditori attrezzarsi per sfruttare appieno le opportunità e i vantaggi di questa cosiddetta “multicanalità”. Per realizzare maggiori profitti vendendo online bisogna necessariamente considerare di vendere i propri prodotti e servizi su più piattaforme, non solo sulla piattaforma proprietaria. Una strategia di e-commerce multicanale consente non solo di differenziare l’offerta e raggiungere un’audience più ampia, ma anche di diversificare il rischio dell’attività.

Una ricerca svolta da SAP ha confermato come il 75% dei business online che adottano strategie di vendita multicanale hanno aumentato le vendite, il 64% ha affermato di aver incrementato la fedeltà dei clienti e infine il 62% di aver acquisito vantaggi competitivi.

In prospettiva come crede che evolverà il settore? La rivoluzione avrà effetti permanenti?

Al di là dei big, immagino un nuovo modello di e-commerce molto locale, che coinvolgerà i piccoli operatori, che possono permettere di aggregare i dettaglianti online. I piccoli negozi sono quelli che hanno sofferto più di altri le misure restrittive, ma grazie all’e-commerce può arrivare un’importante spinta al business che si può mettere a valore anche una volta passata l’emergenza. Durante il lockdown, infatti, pur perdendo fatturato hanno guadagnato nuovi clienti. Alla fine, ci ritroveremo consumatori di ogni fascia d’età, molto più evoluti: persone che si sono abituate a effettuare acquisti online e a pagare questi con strumenti digitali. Tornare indietro sarà difficilmente possibile. Il salto in avanti nell’e-commerce continuerà ancora nei prossimi mesi, ecco perché è urgente che le imprese italiane recuperino il ritardo. Tutte le aziende e attività commerciali che vendono beni di consumo, se non l’hanno già fatto, dovranno assolutamente considerare nel proprio modello di business la vendita online. Nel retail si dovrà andare sempre di più verso un modello ibrido offline-online, in cui i negozi fisici rivestiranno un ruolo importante come vetrina prodotti, punto di ritiro, promozioni o servizio clienti. I negozi fisici continueranno dunque ad essere presenti, come parte dell’esperienza d’acquisto. In alcuni casi potranno fungere prevalentemente da “generatore di esperienza” o da showroom, per consentire al cliente di conoscere il prodotto, provarlo ed entrare in contatto con il brand.

Shopify per l’Italia: ecommerce e Sud Italia

Sabato 11 aprile sono stato ospite dell’evento online “Shopify per l’Italia“, una serie di webinar, panel e interventi da parte di esperti italiani di digital marketing e imprenditoria. Nel mio intervento ho parlato di Ecommerce e Sud Italia, da cui è uscito questo articolo.

Cos’è Ecommerce HUB

Ecommerce HUB è un evento di formazione interamente dedicato al commercio elettronico, giunto alla sua quinta edizione e diventato uno dei punti di riferimento nel panorama degli eventi legati al commercio elettronico e all’innovazione digitale.
La mission di Ecommerce HUB è stata da sempre quella di diffondere la cultura del commercio elettronico, e più in generale quella del digitale, cercando di aiutare le aziende a velocizzare il processo di trasformazione digitale.

L’evento è da sempre gratuito, ed è rivolto ad aziende e professionisti che operano nel settore e agli imprenditori che si affacciano per la prima volta alla vendita online.

COM’ERA LA SITUAZIONE PRE-COVID NEL SUD ITALIA

A livello generale, se parliamo di digitalizzazione delle PMI, secondo una recente ricerca del Politecnico di Milano, il gap tra Nord e Sud, già rilevato negli anni passati, non è ancora stato colmato. Delle nove regioni sopra la media italiana, sette sono del Nord e due del Centro, mentre tutte le ultime in classifica sono nel Mezzogiorno.

Nel Sud le regioni su cui si polarizza la maggior parte della spesa digitale sono invece Campania e Puglia che, con la Sicilia, rappresentano le regioni che hanno programmato gli investimenti più ingenti in ambito ricerca, innovazione e sviluppo ICT.

Le differenze a livello regionale sono dettate da diverse motivazioni, a partire dalla diffusione stessa di cultura e competenze digitali individuali, che si riflette anche sulle imprese.

Permane infatti un forte squilibrio nell’uso del web tra Nord (72,3% di utenti) e Sud (62,2%), con la Calabria ad occupare l’ultimo posto della classifica. Ci sono poi altri fattori chiave che dimostrano le attuali lacune riconoscibili nelle PMI del Meridione, come la scarsa propensione alle esportazioni e all’internazionalizzazione.

Per quanto riguarda il mercato ecommerce, fortunatamente la situazione è leggermente diversa. Negli ultimi 10 anni è il Sud l’area del Paese che stando ad una recente ricerca di InfoCamere e Unioncamere, sta sfruttando al meglio le nuove opportunità del mercato ecommerce.
Le regioni a più alta crescita in valori assoluti sono state Lombardia, Campania e Lazio.
Quelle che sono cresciute a ritmo più sostenuto sono state Campania, Abruzzo e Calabria con un aumento medio del 35% anno, seguite da Puglia, Basilicata e Sicilia con aumenti medi superiori al 25%.
Roma risulta la provincia italiana con più numero di imprese che effettuano vendite on line. Un podio completato dalle imprese di Milano e Napoli, Torino e Salerno.

Secondo dati interni eBay che testimoniano come, nel 2018, il 65% delle nuove aziende che hanno deciso di aprirsi al mercato online attraverso la piattaforma provenga proprio da città medio-piccole. In generale, tutto il Sud Italia ha visto un vero e proprio boom di nuovi venditori da piccole città, con il 50% di nuove attività su eBay di venditori da Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria. Il 2018 conferma quindi l’e-commerce come un’ottima opportunità per quei territori in cui l’impresa tradizionale stenta a decollare.

QUAL È LA SITUAZIONE OGGI?

Le persone si sono ritrovate confinate in casa da un giorno all’altro e a ridurre il più possibile i contatti con l’esterno. In questa situazione, e con Amazon che dopo qualche giorno ha dato priorità ai beni necessari, gli italiani si sono affidati sempre di più ai negozi di vicinato che effettuano la consegna a casa e agli ecommerce.

Non a caso il volume delle spedizioni nelle due settimane dopo il lockdown sono aumentate di circa il 45%, ovviamente diversi a seconda del settore:

  • Farmacia e Alimentari sono i settori che hanno registrato l’aumento maggiore
  • Abbigliamento e gioielleria hanno avuto un calo significativo

Questo è dovuto anche perché le persone tendono ad approvvigionarsi di beni indispensabili, e quindi settori come gioielli e abbigliamento denotano un calo di interesse anche perché hanno meno opportunità di utilizzo.

L’emergenza ha portato, inoltre, molte persone ad approcciarsi per la prima volta agli acquisti, si parla di un 75% di persone che non avevano mai fatto acquisti online prima.

Dati sulle Variazione % delle spedizioni su mese precedente

Area Febbraio Marzo
CENTRO -18,96% 69,17%
ISOLE -11,72% 50,73%
NORD -5,37% 68,66%
SUD -8,56% 54,29%

 

Abruzzo -6,28% 64,61%
Basilicata -7,97% 32,11%
Calabria -10,48% 37,57%
Campania -9,31% 64,36%
Puglia -6,90% 53,46%
Sardegna -12,31% 51,04%
Sicilia -11,39% 50,56%

Fonte: qaplà

SITUAZIONE DOMANI

Credo che molte persone resteranno a casa anche dopo l’emergenza, e che comunque il distanziamento sociale influenzerà ancora per un po’ di tempo i comportamenti delle persone, almeno fin quando non si troverà un vaccino.

In questo mese si è visto ad un grande balzo in avanti verso la società digitale, come ad esempio è avvenuto per la scuola, che in una settimana è diventata digitale quando per anni non si è riuscito. Così è successo anche per altri settori che hanno visto accelerare il processo di digitalizzazione.

Al di là dei big, immagino un nuovo modello di ecommerce molto locale, che coinvolgerà i piccoli operatori, che possono permettere di aggregare i dettaglianti online. I piccoli negozi sono quelli che stanno soffrendo più di altri le misure restrittive ma dall’e-commerce può arrivare un’importante spinta al business che si può mettere a valore anche una volta passata l’emergenza.

Il lockdown sta cambiando il comportamento delle persone e molte aziende, pur perdendo fatturato, ha guadagnato nuovi clienti nelle vendite online. Ci ritroveremo consumatori più evoluti e molti utenti di ogni fascia di età, che si sono abituati a pagare con strumenti digitale ed effettuare acquisti online, che difficilmente torneranno indietro.

Tutte le aziende e attività commerciali che vendono beni di consumo se non l’hanno già fatto dovranno assolutamente considerare nel proprio modello di business la vendita online.
Si andrà sempre di più verso un modello modello ibrido offline-online, dove i negozi fisici rivestiranno un ruolo importante come vetrina prodotti, punto di ritiro, promozioni o servizio clienti. I negozi fisici continueranno dunque ad essere presenti, come parte dell’esperienza d’acquisto. In alcuni casi potranno fungere prevalentemente da “generatore di esperienza” o da showroom, per consentire al cliente di conoscere il prodotto, provarlo ed entrare in contatto con il brand.

Digital transformation: le opportunità per le PMI italiane

Il successo di un’azienda si misura anche dalla sua capacità di abbracciare le possibilità che la tecnologia mette a disposizione, soprattutto per le piccole e medie imprese. Secondo la ricerca IDC-International Data Corporation e SAP, l’80% delle PMI ottengono vantaggi immediati appena cominciano un percorso di trasformazione digitale. Tuttavia solo il 7% delle imprese è andato oltre un primo livello di integrazione, utilizzando in tempo reale le informazioni per l’ottimizzazione dei processi e dei flussi di lavoro e massimizzando di conseguenza i risultati di business.

Quando si parla di digital transformation, in particolare per le PMI, non ci si può limitare a considerare soltanto le tecnologie introdotte nella filiera produttiva e gestionale o le strategie di comunicazione digital delle singole aziende. La trasformazione digitale consiste, infatti, nel ridisegnare le procedure del proprio business, per renderle più competitive e più aderenti alle aspettative del proprio mercato. Un processo di digitalizzazione passa da questi punti cardine:

  • miglioramento dell’efficienza aziendale;
  • adeguata formazione del personale nel campo ITC;
  • modernizzazione e flessibilità dell’organizzazione del lavoro;
  • creazione di un buon piano di marketing;
  • aumento della produttività tramite gli e-commerce;
  • miglioramento della propria presenza sul web.

Digitalizzare, dunque, ha a che vedere anche con fattori soft, di mentalità dei singoli e di cultura aziendale.

PMI, LA TRASFORMAZIONE DIGITALE AUMENTA IL SUCCESSO DELLE AZIENDE

Un recente report del Ministero dello Sviluppo Economico ha fotografato la situazione della digitalizzazione in Italia. Da esso emerge che le aziende italiane stanno facendo passi in avanti importanti, ma che essi sono ancora troppo piccoli e localizzati. Molte PMI non stanno pianificando investimenti per digitalizzare la propria azienda e il rischio, non intraprendendo un percorso di trasformazione digitale, è restare indietro e non essere più competitivi in un mercato sempre più globalizzato.

Pur di fronte a questa trasformazione in atto, per molte aziende non è semplice trovare la corretta modalità di agire su tutti i fronti necessari: dall’organizzazione ai processi interni, dalla gestione dei servizi di customer service, marketing e vendita, fino ai più complessi processi produttivi. La Digitalizzazione dei processi aziendali include una serie di tecniche e di strumenti che possono agevolare il lavoro dell’impresa, per snellire il carico delle cose da fare e ottimizzare l’uso delle risorse, sia umane che finanziarie.

Grazie ad esempio all’introduzione strategica di strumenti come ERP (Enterprise Resource Planning), CRM (Sistemi di gestione delle relazioni con i clienti) o di software di Business Intelligence, è possibile avere una visione centralizzata dei processi (ad es. vendite, servizio clienti, distribuzione) e migliorare notevolmente la collaborazione tra i dipendenti, rendendoli più efficienti in ogni aspetto della loro attività.

L’ottimizzazione dei processi aziendali e in generale la digitalizzazione, offre una serie di vantaggi:

  • miglioramento delle performance delle attività;
  • eliminazione di attività a scarso valore aggiunto;
  • risultati sempre sotto controllo;
  • miglioramento della gestione dei rapporti con i clienti;
  • maggiore possibilità di acquisizione dei lead.

DIGITALIZZAZIONE ED ECOMMERCE: LA GIUSTA STRATEGIA PER IL SUCCESSO DELLE PMI

Fino a qualche anno fa l’ecommerce era visto come un canale per accedere a offerte vantaggiose, ma oggi non è più così. Secondo le stime fornite da Netcomm nel 2021 il 15% dei prodotti a livello mondiale sarà venduto online, mentre il restante 85% dei prodotti continuerà ad essere venduto negli store.

La scomparsa dell’offline non è insomma qualcosa di cui preoccuparsi, almeno adesso. Si va anzi verso un modello ibrido che però non sarà governato dai retailer. Il consumatore è cambiato, è sempre più mobile-driven e si aspetta la stessa qualità e la stessa offerta da tutti i canali.

È arrivato quel momento in cui non è più possibile ignorare l’evidenza: per chi ha un ecommerce o uno store fisico non basta essere presenti su più canali, quello che fa la differenza è che questi canali siano integrati tra loro in maniera efficiente. La mossa decisiva, insomma, è abbracciare il modello omnichannel.

Non è certo un caso che l’integrazione tra canali online e offline (e anche tra differenti canali online) rappresenti oggi la strategia competitiva intrapresa negli ultimi tempi da grandi brand che intendono sviluppare il proprio ecommerce sfruttando la forza della propria rete retail.

L’utilizzo del marketing omnichannel è in grado di migliorare l’esperienza dei clienti: un marchio che utilizza la stessa voce e la stessa personalità in ogni suo canale di comunicazione, che è coerente con i prezzi e con le promozioni, elimina la parola confusione dalla User Experience, rendendo l’esperienza di vendita familiare per il cliente indipendentemente dal canale che sta utilizzando.

In conclusione, la digitalizzazione e l’automatizzazione dei processi offrono un’importante occasione di crescita e di aumento della produttività aziendale. È una grande opportunità da cogliere subito, non solo per il business attuale, ma più in generale come driver per l’internazionalizzazione.

Nel 2019 si prevede che il valore dell’eCommerce B2C in Italia supererà i 31,5 miliardi di Euro. Questo è il significativo dato emerso dall’ultimo Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano. L’eCommerce è quindi sempre più rilevante nel panorama italiano, percepito dai consumatori come complementare al canale fisico.

Articolo presente sul numero 4 della rivista Paperless, il primo magazine sulla digitalizzazione a norma dei processi.

Così la rete ha cambiato la mia vita (e le vostre)

Per i quaderni scientifici di Fondazione Saccone

I Quaderni scientifici di Fondazione Saccone è un progetto editoriale,  nato da un’idea di Giuliana Saccà, Consulente direzionale per la Fondazione, e affidato alla Responsabilità scientifica del Professore Alfonso Amendola, Docente di Sociologia dei processi culturali e Internet Studies UNISA, Esperto in innovazione digitale, consumi di massa e management culturale, già membro del CTS. L’intento è quello di raccogliere anno dopo anno le riflessioni su una particolare keyword, consentendo a ognuno di interpretarla dal proprio punto di vista personal-professionale. Il professore Amendola, ha lanciato per quest’anno la parola chiave “RETE”, un concetto che ha radicalmente cambiato il modo di comunicare tra persone, aziende ed
addirittura enti della pubblica amministrazione.

Non è semplice per me definire il concetto di “rete”. Ci vivo, ci lavoro, la studio. Ogni aspetto della mia vita ne è influenzato.

Da buon “Millennial”, faccio parte della “prima generazione della storia che nella propria età adulta considera come parte integrante di sé la tecnologia digitale”. A differenza di molti miei colleghi e amici più giovani, ho avuto la fortuna di trascorrere una buona parte della mia gioventù (fino ai 14 anni) “offline”, prima della diffusione di internet che ha cambiato molti aspetti della mia vita.

Quando non c’era internet, per fare ricerche e reperire informazioni bisognava consultare l’enciclopedia oppure andare in biblioteca, le fotografie si mettevano negli album, per ascoltare l’ultimo brano del tuo artista preferito occorreva acquistare il disco e per fare shopping si andava al negozio sotto casa. E potrei continuare così ancora per molto.

Oggi, invece, la situazione è cambiata radicalmente. Molti di noi non riuscirebbero a vivere con facilità più di qualche giorno senza internet. In pochi anni, infatti, la tecnologia e il web hanno cambiato le nostre esistenze quotidiane: basti pensare ai nuovi modi che usiamo per comunicare, ma anche al trend degli acquisti online e allo smart working per professionisti e freelance.

Secondo Derrick De Kerckhove, l’erede intellettuale di McLuhan, «siamo diventati tutti individui globali grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via Internet».

Molti sono, infatti, i cambiamenti portati da Internet che hanno rivoluzionato alcuni aspetti delle nostre vite personali (in primis la mia).

Il modo di comunicare e di informarci. Il web è una fonte di informazione imprescindibile per rimanere aggiornati in tempo reale su cosa sta accadendo dall’altra parte del globo e di comunicare con i nostri amici lontani. Grazie all’avvento dei social networks, infatti, abbiamo l’occasione di ricreare i contatti con quei vecchi amici persi ai tempi del liceo.

Le mondo del lavoro. Oggi chiunque può cercare un lavoro navigando tra centinaia di offerte consultabili online da tutti e a portata di click. La rete ha inoltre cambiato e trasformato professioni tradizionali e creato nuove opportunità di lavoro in settori un tempo inesistenti. Sono decine, ad esempio, le figure professionali della new economy: esperti di web marketing, web design, web writing, web management e così via. Il lavoro è diventato anche più “flessibile”. Basti pensare alla crescente diffusione di ambienti di coworking e alla possibilità, in molti casi, di lavorare in smart working stando a casa propria, riuscendo a conciliare i tempi del lavoro con le esigenze personali o familiari.

Gli acquisti. Il commercio elettronico ha cambiando radicalmente le nostre abitudini acquisto. Oggi, con un paio di passaggi del mouse o un semplice comando vocale, è possibile ordinare una serie di articoli e farseli consegnare a domicilio da qualsiasi parte del mondo. Grazie al web, inoltre, abbiamo anche la possibilità di vederci recapitare il pranzo o la cena direttamente a casa dal nostro ristorante preferito.

L’intrattenimento. il web ha trasformato il modo in cui consumiamo media e intrattenimento. L’uso di DVD, CD e altri supporti fisici è da anni in declino a “causa” del boom dei servizi di streaming. Oggi è infatti possibile guardare partite, film, serie tv e ascoltare la musica da qualsiasi dispositivo con una connessione a internet.

Insomma, la rete ha cambiato, e continuerà a cambiare, sempre di più le nostre vite.
La sfida più importante è, secondo la mia opinione, diffondere il più possibile una cultura su un utilizzo migliore e più consapevole del web, perché essere connessi vuol dire anche, potenzialmente, mettere a rischio i dati che si condividono e di conseguenza la nostra privacy.

Startup Grind Salerno: “Come ti ve(n)di nel futuro? – eCommerce & co.”

Lo scorso 27 aprile sono stato invitato alla seconda edizione di Startup Grind Salerno a Palazzo Innovazione, la community di Google for Entrepreneurs. Tema della giornata “Come ti ve(n)di nel futuro? – eCommerce & co.”, in cui sono stato impegnato con una fireside chat molto interessante, che riporto in questo post.

CIAO ALFONSO, AD OGGI LAVORI COME DIGITAL STRATEGIST PER MIX CREATIVO E HUBITAT, MA SEI ANCHE IL FOUNDER DI EH! DA DOVE NASCE L’IDEA DI UN EVENTO SULL’E-COMMERCE A SALERNO E COSA TI HA PORTATO A ORGANIZZARLO?

L’idea nasce quasi per gioco nel 2015, insieme ad un gruppo di amici, nonché colleghi. Ogni anno ci si rivedeva sempre all’interno degli stessi eventi. Ogni anno sempre tanti chilometri per formarsi e aggiornarsi in giro per l’Italia. E lo stesso valeva per i nostri clienti. Da questa riflessione, con l’aumentare delle richieste di consulenze per lo sviluppo di progetti ecommerce, nasce l’idea di strutturare una giornata formativa, inizialmente per i nostri clienti. L’obiettivo era quello di diffondere la cultura del commercio elettronico, e più in generale quella delle tematiche del digitale. Quindi un approccio molto “basic”, che potesse avvicinare a questo mondo anche chi è alle prime armi. Perchè a Salerno? Perché era una zona che conoscevamo bene, e soprattutto perché da Roma in giù avevamo notato un vuoto sulla formazione in generale sui temi del digitale. E inoltre il legame con il territorio e volontà di dimostrare che anche qui al Sud abbiamo le competenze e la voglia di creare eventi di qualità. E volevamo farlo in maniera diversa, un ambiente informale, amichevole, per questo scegliemmo il Modo a Salerno. Una location non convenzionale, dove i relatori potessero essere a due passi dal pubblico e che permettesse di dare la possibilità a tutti di interagire.

QUAL È STATA LA SUA EVOLUZIONE NEL TEMPO?

Dopo il successo della prima edizione, sia in termini di iscritti (quasi 300), sia in termini di feedback positivi, ci siamo resi conto della grossa attenzione che c’era intorno all’ecommerce. Così abbiamo iniziato a creare sinergie sul territorio con attori locali attivi sulle nostre stesse tematiche (Banca Sella, Digital South), e con le istituzioni locali (Camera di Commercio, Comune e Provincia di Salerno, Università, Associazioni di categoria).

Abbiamo iniziato anche un piccolo tour in Campania, portando un format light di Ecommerce HUB in giro per diversi comuni (Caserta, Salerno, Napoli, Eboli, Pontecagnano, Battipaglia, Paestum).

La seconda edizione, nel 2016, sempre al Modo a Salerno, ha visto letteralmente raddoppiare gli iscritti, arrivando a 600, lasciando fuori un bel po’ di persone, non potendole accogliere. Durante la seconda edizione è stata lanciato anche Eh!Wards, un premio per valorizzare gli ecommerce candidati, valutati da una giuria di esperti.

Per la terza edizione del 2017, invece, abbiamo deciso di spostare l’evento in una location più grande, sempre in stile “non convenzionale”, diventato poi un vero e proprio marchio di fabbrica. La location scelta era l’Ex Tabacchificio Centola a Pontecagnano Faiano. Oggi sede di diversi eventi culturali, il complesso industriale cela una storia quasi secolare. Il primo nucleo, infatti, venne realizzato a partire dagli anni ’20, quando a Pontecagnano venne introdotta la coltivazione del tabacco. La scelta di un ex opificio industriale è legata anche alla volontà di creare un collegamento virtuale fra il mondo produttivo italiano che fu e quello digitale di questi ultimi anni. Lo sforzo è stato molto grande, la location era in condizioni pessime ma alla fine l’evento fu un successo, accogliendo quasi 800 persone. Siamo riusciti a portare relatori di fama internazionale, fra cui per la prima volta in Campania anche Facebook Italia. Novità di questa edizione, in seguito ai feedback ricevuti, i workshop avanzati, dedicati ai professionisti che avevano bisogno di una formazione pratica più avanzata. E soprattutto un’area espositiva più grande, in grado di accogliere tutti i partner che ci hanno sostenuto.

La quarta edizione, l’ultima del 2018, ha registrato oltre 1000 visitatori. è stata quella secondo me più completa. 26 relatori, 9 workshop, 2 tavole rotonde e oltre 50 partners. Abbiamo allargato i temi trattati, parlando di Programmatic Adv, Chatbot e AI e portato fra i relatori testimonianze di successo come Eataly.

PER CHI HA UNO STORE FISICO O HA IN MENTE DI ENTRARE NEL MONDO DEL COMMERCIO ONLINE, QUALI SONO GLI STEP PER APRIRE UN E-COMMERCE DA ZERO? QUALE SETTORE VEDI PIÙ IN CRESCITA PER LE VENDITE ONLINE?

L’errore che compie spesso chi si approccia all’ecommerce è quello di non conoscerne bene tutte le dinamiche e di sottovalutarne le difficoltà. Vendere online non è semplice, infatti circa l’80% dei nuovi ecommerce chiude dopo appena un anno. I motivi sono diversi, ma quello principale è che non è chiaro che l’ecommerce è un progetto commerciale, non tecnologico. E come tutti i progetti, bisogna partire con un business plan.

CON EH! COINVOLGETE ANCHE CHI HA PICCOLI E-COMMERCE LEGATI ALLE ATTIVITÀ IN STORE. COME PUÒ UN E-COMMERCE ITALIANO APRIRSI ALLA CINA E AI NUOVI MERCATI?

Per chi si approccia all’estero è fondamentale conoscere le dinamiche correlate a quei mercati in termini di preferenze d’acquisto, utilizzo dei devices, pagamenti, fiscalità e logistica. Oltre all’approccio diretto, la modalità per indirizzarsi verso questi mercati è attraverso i marketplace.

Dal 2015 la Cina è il primo paese al mondo per le vendite online. Lo scenario e-commerce cinese è totalmente diverso da quello a cui siamo abituati. Innanzitutto, bisogna dimenticarsi di Amazon ed eBay: in Cina sono pressoché irrilevanti.

I principali marketplace sono Tmall (appartenente al gruppo Alibaba) e JD.com, che hanno rispettivamente il 57% e il 27% delle quote di mercato. Questi due colossi dell’e-commerce cinese insieme coprono più dell’80% delle vendite B2C in Cina. Non coprono settori specifici, ma raccolgono ogni genere di bene, dall’abbigliamento all’elettronica. Accanto a loro, esiste tutta una serie di marketplace “minori”, ma fortemente specializzati su determinate categorie merceologiche.

Insomma, le piattaforme e-commerce sulle quali investire sono diverse e vanno valutate attentamente in base al target di riferimento del proprio prodotto.

Nella definizione della propria strategia marketing è bene poi valutare se investire sulle piattaforme locali oppure cross-border. Questi ultimi sono marketplace autorizzati dal governo cinese, che consentono alle aziende straniere di vendere direttamente dall’estero i propri prodotti senza avere una presenza fisica sul mercato di riferimento. Big player del settore sono sempre Tmall e JD con le rispettive versioni cross-border delle loro piattaforme (Tmall Global e JD Worldwide), Vip.com e Koala.com, che detiene il primato delle vendite.

UNA DELLE TENDENZE DEGLI ULTIMI TEMPI È IL PASSAGGIO DA E-COMMERCE A MARKETPLACE. QUALI SONO I VANTAGGI E COME POSSONO ADEGUARSI ANCHE LE PMI?

Ci sono centinaia di marketplace con diverse modalità di vendita.
In sostanza sono grandi luoghi di incontro di domanda ed offerta, con molti modelli di business. I marketplace crescono molto più velocemente degli ecommerce, la quota di penetrazione dei marketplace sul totale delle vendite online supera, anno dopo anno, la crescita dell’ecommerce.

Le principali differenze posso essere semplificare in questo modo:
il tuo ecommerce è il tuo negozio online, grande o piccolo che sia, dove sei responsabile di tutto e dove il tuo più grande costo è procurati il traffico necessario per far vivere l’ecommerce;
il marketplace è un luogo dove il traffico esiste già, è portato dal marketplace, e dove devi preoccuparti di vendere, competendo con la concorrenza;
vendere sui marketplace è una pura vendita a performance. Se vendi paghi commissioni, se non vendi non paghi nulla.

UNO DEI TREND PRINCIPALI È IL PASSAGGIO AD UNA STRATEGIA OMNICHANNEL, CHE CONIUGA I PUNTI DI FORZA DELLO STORE FISICO CON QUELLI DEI CANALI DIGITALI, COME STANNO RISPONDENDO LE PMI?

Fino a qualche anno fa l’e-commerce era visto come un canale per accedere a offerte vantaggiose, ma oggi non è più così. I consumatori attribuiscono ora un ruolo rilevante al servizio in tutte le fasi del processo che porta all’acquisto. Secondo le stime fornite da Netcomm nel 2021 il 15% dei prodotti a livello mondiale sarà venduto online.

Un dato che dovrebbe spingere gli addetti ai lavori a interrogarsi sul ruolo della distribuzione fisica che comunque non morirà, visto che la matematica parla chiaro: il restante 85% dei prodotti continuerà ad essere venduto negli store. La scomparsa dell’offline non è insomma qualcosa di cui preoccuparsi, almeno adesso. Si va anzi verso un modello ibrido che però non sarà governato dai retailer. Il consumatore è cambiato, è sempre più mobile-driven e si aspetta la stessa qualità e la stessa offerta da tutti i canali.

Con la crescita dell’omnichannel retail, i negozi fisici rivestiranno un ruolo importante come vetrina prodotti, punto di ritiro, promozioni o servizio clienti. I negozi fisici continuano e continueranno dunque ad essere presenti, come parte dell’esperienza d’acquisto. In alcuni casi potranno fungere prevalentemente da “generatore di esperienza” o da showroom, per consentire al cliente di conoscere il prodotto, provarlo ed entrare in contatto con il brand. Andare in negozio sarà considerata sempre più un’esperienza paragonabile ad andare al cinema a vedere un film, invece che guardarlo a casa. Il consumatore si aspetta attività coinvolgenti, come gli eventi, nonché l’utilizzo di tecnologia, come ad esempio la realtà aumentata, per provare i capi solo virtualmente o ottenere suggerimenti per gli abbinamenti.

 

La quarta edizione di Ecommerce HUB, secondo noi

Ve lo ha raccontato il Mattino e molte altre testate generaliste. Ve lo hanno raccontato le testate di settore, come Inside Marketing. Adesso, lasciate che siano gli organizzatori a raccontarvi, da quest’altro lato del palco, cosa è stata la quarta edizione di Ecommerce HUB.

Ritorno al passato: l’ex Tabacchificio Centola

Come ricorderanno gli amici più fedeli, già lo scorso anno avevamo scelto l’ex Tabacchificio Centola. Una decisione che ci aveva convinto particolarmente per due motivi. In primo luogo la connessione profonda fra i luoghi del lavoro di un tempo e i temi del lavoro presenti e del futuri. In secondo, le grandi possibilità offerte da un luogo così ricco di spunti. Quando ci siamo seduti a ragionare sulle proposte, quindi, ci è sembrato naturale tornare ancora una volta al Centola. La scelta, a giudicare dai feedback raccolti in questi giorni, è stata particolarmente apprezzata. Sia da chi aveva già preso parte all’evento, apprezzando i passi in avanti per migliorare la partecipazione, sia a chi per la prima volta ha scoperto la particolarità delle location non convenzionali.

Per noi, comunque, è stato un altro passo in avanti. Ancora una volta la conferma che, anche in una provincia del sud, è possibile organizzare eventi ricchi di contenuti. Se di qualità, poi, lo direte – come qualcuno ha già fatto – voi. Come dite, l’anno prossimo? Tutto può succedere, ma di certo manterremo alti gli standard della nostra offerta formativa, così come la scelta delle location.

Parola d’ordine: formazione di qualità

In tutti questi anni la nostra prima preoccupazione è stata quella di fornire un’offerta formativa all’altezza di un pubblico esigente come quello che opera nel settore del commercio elettronico. Abbiamo cercato esaudire le vostre richieste chiamando sul palco di Ecommerce HUB i migliori professionisti del panorama. Anno dopo anno, edizione dopo edizione – e di questo siamo grati a tutti i relatori, dal primo all’ultimo – crediamo di aver alzato l’asticella. Per la quarta edizione abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti, ma non temete: altri ne faremo in futuro.

Del resto, ne avete già avuto dimostrazione. Avevamo sentito forte l’esigenza di migliorare i workshop, così da renderli ancora più coinvolgenti. L’idea del silent workshop si è rivelata vincente. Grazie ad essa, ogni sessione è stata seguita da quasi cinquanta partecipanti, usciti dalle aule soddisfatti per la qualità della verticale a cui avevano assistito. Sono queste le piccole soluzioni che ci rendono soddisfatti, consapevoli che un evento non è fatto solamente dal numero di partecipanti, ma anche dalla loro soddisfazione.

La terza edizione di eh!wards

Anche la terza edizione di eh!wards, premio consegnato ai migliori ecommerce candidati, è stato un successo. Al concorso hanno partecipato oltre cento ecommerce, simbolo dell’appeal del premio. Alla fase finale, dopo il vaglio della nostra giuria di esperti, hanno avuto accesso soltanto dieci ecommerce. Tutti sono stati chiamati a salire sul palco, perché è giusto dare risalto alle eccellenze del settore. Ai primi tre, però, una menzione d’onore: ancora una volta, i nostri complimenti a Flexo24, Mondo Convenienza e Tre Pì Profumerie, rispettivamente primo, secondo e terzo, che hanno davvero meritato i loro premi.

Altri numeri che ci hanno soddisfatto particolarmente, poi, sono quelli comunicati dai partners della quarta edizione. In un’area espositiva completamente rinnovata, resa ancora più ricca rispetto allo scorso anno, la partecipazione è stata folta. Merito anche di un’altra trovata: l’Ecommerce Arena. Posta al centro dell’area espositiva, ha reso ancora maggiore il coinvolgimento dei partecipanti. Tutto questo ha fatto registrare un elevato numero di contatti per gli sponsor e, in molti casi, veri e propri accordi commerciali. Questo ci ha reso estremamente orgogliosi, perché, dopo la formazione, un altro pilastro dell’evento è proprio il networking.

ecommerce hub 2018 area espositiva

Tutto questo è stato Ecommerce HUB 2018. Il prossimo appuntamento, fin da ora, è alla quinta edizione dell’evento. Non allontanatevi troppo, però: abbiamo novità interessanti per tutti voi.

ecommerce hub 2018 taglio del nastro

Ecommerce HUB: dietro le quinte di #eh2017

Si è conclusa la terza edizione e lasciatecelo dire: wow! Quest’anno, per ringraziarvi di tutto l’affetto che ci avete donato, vorremmo raccontarvi il dietro le quinte. Quello che Ecommerce HUB 2017 è stato, ma che non si è visto.

Facciamo un passo indietro

Per farlo, dobbiamo tornare indietro nel tempo. A quando su Ecommerce HUB 2016 calò il sipario. Già allora, grazie alla vostra folta presenza e ai vostri commenti capimmo che l’evento era pronto per un salto di qualità. Così ci mettemmo subito all’opera per individuare i settori nei quali migliorare. Fino ad allora, l’evento si era sempre tenuto al Modo di Salerno. Una location non convenzionale, che ci ha dato tanto e verso la quale siamo molto riconoscenti. Dopo due edizioni, come ci ha ricordato il proprietario, Massimo, l’evento era diventato maggiorenne: era giunto il momento che andasse via di casa.

La location in una ex fabbrica?

Quasi subito abbiamo trovato l’ex tabacchificio Centola. E ce ne siamo innamorati immediatamente. Come non restare infatuati di quelle mura dove un tempo operai e operaie lavoravano a mano le foglie di tabacco? Specie se il core dell’evento riguarda il commercio elettronico, così vicino e allo stesso tempo così lontano dalla storia di quel luogo. E allora ci siamo messi subito all’opera per rendere possibile il tutto. Alla fine abbiamo ottenuto uno straordinario risultato, testimoniato dai vostri commenti entusiasti e dalle facce rivolte verso l’alto ad ammirare quel raro esempio di archeologia industriale.

Non solo location: i contenuti

Il secondo aspetto su cui ci siamo voluti concentrare ha riguardato la formazione. Tanti sono stati i complimenti che ci sono giunti dopo le prime due edizioni. In molti, però, ci avete chiesto ancora più formazione. E così abbiamo pensato di offrirla, senza dimenticare che l’intento di Ecommerce HUB è quello di diffondere la cultura del commercio elettronico fra tutti. Per questo abbiamo pensato ai workshop di approfondimento. In tutto, sono stati ben otto quelli proposti quest’anno, tre dei quali advanced insieme con Fabrizio Trentacosti, Matteo Zambon e Benedetto Motisi. Uno sforzo organizzativo premiato, ancora una volta, dalla vostra instancabile presenza.

Presenza che non è mancata neanche in plenaria. In una sala costantemente affollata si sono susseguiti alcuni dei migliori relatori nel panorama dell’ecommerce. Con Jacopo Mele, che anche quest’anno ci è stato vicino, salvo poi scappare per una nuova tappa della sua vita girovaga. Insieme a Paolo Picazio, grazie alla sua preziosa esperienza dal di là della “trincea” di Facebook. E poi, ancora una volta insieme a Giovanni Cappellotto, Ivano Di Biasi, Ivan Cutolo, Giovanni Maria Riccio, Daniele Rutigliano e Luca Mastroianni amici di Ecommerce HUB sin dalla prima edizione. Amicizia della quale siamo onorati. Ma anche tanti volti nuovi, come quelli di Alessandro Bocca, dal suo punto d’osservazione privilegiato, nel Gruppo Banca Sella, sul mondo dei pagamenti online. Non sono mancati neanche i ninja quest’anno, grazie a Mirko Pallera che ha mostrato come usare nunchaku e blog per vendere online. Infine, a caccia di dati e di carrelli perduti, insieme con Ruben Vezzoli e Roberto Fumarola. Insomma, un mix che ci ha reso particolarmente orgogliosi e che – ne siamo certi – tutti voi avrete apprezzato.

eh!wards, per premiare la qualità

ehwards 2017

Il successo che hanno riscosso gli eh!wards lo scorso anno ci ha spinto, anche in questa edizione, a proporre il premio destinato ai migliori ecommerce candidati. E, pure in quest’ambito, abbiamo scelto di migliorarci. Per questo abbiamo deciso di dargli ancora maggiore visibilità, raccogliendo decine di adesioni. Fra i candidati, anche ecommerce di fama nazionale. La giuria di esperti, comunque, non è fatta influenzare. Come sempre, sono state premiate le realtà più significative. E a loro vanno anche i complimenti dell’organizzazione.

Cos’è stato Ecommerce HUB 2017?

ecommerce hubNon vogliamo dirlo noi che Ecommerce HUB 2017 è stato un successo. Per questo, bastano i numeri: oltre 800 sono stati i partecipanti della terza edizione dell’evento. Oltre 500 i tweet, che hanno spinto #eh2017 fra i trend topic italiani di Twitter. Tazzine di caffè bevute fra uno speech e l’altro? Circa 800. Lattine di RedBull consumate prima e durante l’aperitivo? Oltre 500. Decine e decine, poi, sono stati i partner – fra sponsor, tecnici e media – che, accanto agli organizzatori, hanno reso possibile questa manifestazione. Anche a loro dobbiamo dire grazie per quanto fatto. Infine, last but not least, lo staff di Ecommerce HUB. Fra vecchi e nuovi volti, oltre trenta sono stati i membri della squadra che ha consentito il regolare svolgimento della manifestazione. Li avete visti, stanchi ma felici, sul palco mentre si concedevano uno scatto ricordo.

Adesso, calano i riflettori anche su Ecommerce HUB 2017. Ma non temete, siamo già al lavoro per organizzare la prossima edizione. Stay tuned!